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La vicenda di Federico Zandomeneghi e Edgar Degas nasce da esperienze di formazione affini e trova compimento in un incontro umano e artistico destinato a segnare profondamente il percorso di entrambi. Se Firenze rappresenta per tutti e due un passaggio decisivo – Degas vi studia la tradizione rinascimentale e frequenta l’ambiente del Caffè Michelangiolo, mentre Zandomeneghi cresce accanto ai Macchiaioli, apprendendo una pittura fondata sull’osservazione diretta e sulla luce naturale – è a Parigi che i loro cammini si incrociano davvero.
Qui prende forma un’amicizia intensa e un confronto continuo: Degas diventa per l’artista veneziano un punto di riferimento e un mentore, mentre Zandomeneghi rielabora gli stimoli impressionisti secondo una sensibilità personale, nutrita di memoria cromatica italiana. La mostra ricostruisce questo scambio fatto di affinità, rimandi e reciproche influenze, mettendo in luce come due percorsi diversi convergano in una comune attenzione alla vita contemporanea e contribuiscano, insieme, a rinnovare il linguaggio della pittura europea.
Se Degas, nemico della grazia, è il chroniqueur spietato di atéliers di danza e di gabinetti da toilette,
Zandomeneghi, che osserva indulgente e fedele la realtà, è il pacato narratore del mondo borghese.
Nelle opere di Edgar Degas e Federico Zandomeneghi il racconto del presente sostituisce ogni enfasi celebrativa. Non eroi né grandi eventi, ma gesti quotidiani, ambienti familiari, frammenti di tempo colti nella loro naturalezza: una prova di danza, una donna al caffè, una stanza silenziosa attraversata dalla luce, l’intimità di un interno domestico. È qui che la pittura trova il suo terreno più autentico, trasformando l’esperienza comune in visione. Pur con accenti diversi – più analitico e costruito lo sguardo di Degas, più caldo e avvolgente il colore di Zandomeneghi – entrambi condividono la stessa attenzione per la realtà contemporanea e per la dimensione umana delle cose. La mostra accompagna il visitatore dentro questo universo fatto di presenze discrete, equilibri luminosi e spazi vissuti, restituendo il clima di un’epoca in cui l’arte abbandona la retorica della storia per concentrarsi sul quotidiano, osserva da vicino la vita borghese e urbana, ne coglie la verità dei gesti e dei tempi lenti, e sceglie di farne, semplicemente, pittura.
Edgar Degas, Studio per La famiglia Bellelli, 1858, Ordrupgaard, Copenhagen. Photo: Anders Sune Berg
Il viaggio di formazione di Degas inizia il 17 luglio 1856 a Napoli, città nella quale è accolto dalla famiglia del nonno paterno Hilaire De Gas. Allievo di Louis Lamothe, Edgar è stato educato con i precetti del grande Ingres ed ha cominciato a copiare le opere del rinascimento italiano al Louvre. Scopo del viaggio è continuare lo studio dell’arte antica italiana.
Nel luglio del 1857 si sposta a Roma dove fa gruppo con i connazionali che studiano all’Accademia di Francia. Conosce Gustave Moreau che diventa il mentore di Degas e del suo gruppo di amici. Il 24 luglio 1858 Degas si sposta a Firenze (dove si trattiene fino alla fine di marzo 1859) ed è accolto dalla famiglia della zia Laure De Gas che ha sposato il barone napoletano Gennaro Bellelli, esule politico. Conosce Stanislao Pointeau che lo introduce al Caffè Michelangiolo, ritrovo della società artistica toscana. Poco interessato alla pittura en plein air, attorno alla quale converge la ricerca dei progressisti toscani di cui Pointeau fa parte (i futuri Macchiaioli), Degas è attratto soprattutto dal ritratto.
Se il Ritratto di Hilaire De Gas realizzato a Napoli (1857) può essere considerato un primo approdo di questa intima propensione, possiamo seguirne poi l’evoluzione fino al Ritratto della Famiglia Bellelli, ed immaginare possibili affinità o simpatie verso aspetti della ritrattistica che circuita al Michelangiolo, dal tenore ingresiano del Ritratto della Nobildonna Morrocchi di Puccinelli, al raffinato intimismo psicologico dei personaggi effigiati nel grande ritratto all’aperto della famiglia Bianchini di Antonio Ciseri. La stesura sintetica, morbida, fatta di larghe campiture e di fini contrasti chiaroscurali del pastello della Famiglia Bellelli di Degas, qui esposto per la prima volta in Italia, appare molto vicino alla sensibilità dei nascenti macchiaioli, ma lo studio en plein air degli effetti di luce e chiaroscuro che è la finalità dei toscani non interessa invece Degas che si propone come scopo il raggiungimento di un linguaggio formale perfetto e raffinato, esemplato sull’antico, ma capace di proporre con una moderna sintassi contenuti contemporanei.
Federico Zandomeneghi, Bambina dai capelli rossi, 1895 circa, collezione privata, Milano
Figlio d’arte, Federico Zandomeneghi nasce a Venezia nel 1841 in una famiglia di scultori affermati, allievi di Antonio Canova. Insofferente per il chiuso ambiente veneziano tradisce la vocazione di famiglia, preferendo la pittura alla scultura. Animato da una forte passione patriottica Federico nel 1859 raggiunge i reparti dei volontari toscani convenuti a Modena per prendere parte alla seconda guerra d’Indipendenza e conosce così molti dei suoi futuri compagni. Impossibilitato a rientrare a Venezia rimasta in mano austriaca prosegue gli studi a Milano, all’Accademia di Brera. All’età di ventuno anni si stabilisce a Firenze prendendo parte alla vita artistica del Caffè Michelangiolo, schierato con la gioventù progressista che esattamente in quel 1862 decide di far proprio il termine “Macchiaioli”, coniato in senso negativo da un giornalista della Gazzetta del Popolo.
Gli anni italiani di Zandomeneghi trascorrono in totale sintonia con l’avanzatissima ricerca dei Macchiaioli: il veneziano ne viene fuori artista completo, di solido mestiere e di forti convinzioni estetiche, allineato con il “realismo” dei toscani; il suo dipinto Impressioni di Roma, acquistato dallo stato italiano, è premiato all’Esposizione Universale di Vienna del 1873. Gli ultimi sei mesi della sua vita italiana li trascorre a Castiglioncello, ospite dell’amico Diego Martelli: Zandomeneghi matura il progetto di recarsi a Parigi, il centro del mondo artistico nel quale fa notizia la partecipazione del già celebre De Nittis alla mostra di un drappello di artisti d’avanguardia, presso il fotografo Nadar.
Edgar Degas, Dans un café, 1876, Paris, Musée d’Orsay, Legs Isaac de Camondo, 1911
Quando giunge a Parigi, nel giugno 1874, Zandomeneghi ha poco meno di trentacinque anni ed è un artista formato e completo, con una particolare abilità nel quadro di figura. Ma i due anni che seguono sono segnati da esitazioni: egli scrive a Signorini di ammirare pittori quali Jules Breton e Carolus-Duran, esponenti del Naturalismo, verso i quali sembrano orientarsi anche gli ex compagni; ma la sua sensibilità lo porta verso forme di pittura meno convenzionali, più libere. Ben presto la Senna, il bois, i dintorni di Parigi gli appaiono in una luce nuova, quella emanata dalle opere esposte da Pissarro, Guillaumin, Maureau, Monet, Renoir, Sisley alle collettive impressioniste del 1876 e 1877.
Nel 1877 il nome del veneziano compare nell’epistolario di Degas, rivelando che i due artisti si sono incontrati e si frequentano.
Vero e proprio manifesto della conversione del veneziano all’Impressionismo, il grande dipinto Le Moulin de la Galette (1878) elabora con originalità taluni spunti – il taglio fotografico della composizione, l’espressività quasi caricaturale delle figure, la gestualità spezzata e bloccata sull’istante – che gli vengono offerti dai dipinti di Degas.
I due artisti condividono l’idea di un’arte basata sull’osservazione della vita moderna, del carattere individuale e degli ambienti sociali; e il valore del disegno come strumento conoscitivo, “la matita sarà intinta nell’essenza della vita”, scrive Edmond Duranty, il teorico della Nouvelle peinture. Nel 1879 Zandomeneghi è invitato da Degas a partecipare alla quarta mostra collettiva del gruppo impressionista.
Federico Zandomeneghi, Visita in camerino, 1886, collezione privata
Nel corso degli anni Ottanta, la produzione di Zandomeneghi è segnata da splendidi dipinti, nati ad evidenza nel clima di totale, personalissima adesione al movimento francese: Mère et fille, Place d’Anvers, Il dottore, Le madri, Al caffè Nouvelle Athènes, Visita in camerino sono alcune delle opere che rappresentano l’artista alle successive esposizioni del gruppo francese. Schierato all’interno del movimento impressionista con la corrente dei “realisti” o “dessinateurs” facente capo a Degas, Zandomeneghi predilige i temi tratti dalla realtà urbana e domestica contemporanea e dà vita ad una sorta di “moderno umanesimo”, equidistante dall’arte di puri valori degli impressionisti maggiori e dalla vena narrativa dei naturalisti.
In Place du Tertre Federico rappresenta la pittoresca piazza ubicata nel quartiere di Montmartre, non lontano dalla basilica del Sacro Cuore e quindi dalla sua stessa abitazione, un luogo che sarà frequentato da artisti, musicisti e poeti: egli ferma un attimo fuggevole, un’istantanea di vita quotidiana con il taglio di traverso che ci immette in mezzo al passeggio di una giornata qualunque della brulicante realtà cittadina. Ritorna invece alla propria intimità domestica con Madre e figlia che ha come protagoniste, colte nel rituale quotidiano della toilette, la propria madre Teresa e la sorella Tonina. L’ atmosfera della moderna vita parigina è colta con efficacia particolare in Al caffè e in Al caffè Nouvelle Athènes opere che vengono qui presentate per la priva volta insieme a Dans un café di Degas celebre opera in cui il francese ritrae la bevitrice d’assenzio accanto ad una corpulenta figura maschile che riconosciamo essere l’artista Marcellin Desboutin.
Federico Zandomeneghi, Nudo che si asciuga, Charleston, 1895 circa, collezione privata
Il 1886 è l’anno dell’ultima mostra collettiva degli Impressionisti, la cui compattezza si va affievolendo. Sia Zandomeneghi che Degas vi espongono dipinti ad olio e a pastello, per lo più raffiguranti nudi femminili e questa concomitanza è la riprova della loro contiguità di ricerca. La toilette, La lecture, Le tub, Nudo che si asciuga di Zandò formano un insieme compatto dove risalta la ricerca sulla figura femminile nuda, sorpresa in atteggiamenti che fanno parte della quotidianità più ordinaria, come negli analoghi soggetti trattati contemporaneamente da Degas. Ma alla visione implacabile e quasi crudele dell’amico che deforma le figure e i loro gesti, si contrappone il naturalismo affettuoso di Zandomeneghi che accentua un’atmosfera di cordiale intimità e ferma le pose con eleganza.
Le tub pone al centro della scena la tinozza in metallo destinata -nelle classi popolari- al bagno e che come tale compare in numerosi dipinti di autori impressionisti: una spessa linea nera di contorno stesa a pennello corre lungo i contorni della figura, accentuandone la bidimensionalità e accogliendo una pittura magra ed essenziale che richiama addirittura il sintetismo di Gauguin.
In Nudo che si asciuga di Zandomeneghi ritroviamo l’affinità con la linea vibrante e indomita di Degas di opere come Donna che esce dal bagno e Donna che si asciuga i capelli: in quest’ultimo carboncino, la struttura compositiva è organizzata intorno al busto obliquo e presenta linee inclinate in diverse direzioni che suggeriscono l’azione della donna che è vista da tergo, come se l’osservatore stesse osservando dal buco di una serratura.
Edgar Degas, Classe de ballet, 1880 circa, collezione privata
Visita in camerino di Zandomeneghi rappresenta una rara incursione nel mondo dello spettacolo e in tematiche privilegiate dall’amico Degas, anche se poi il suo modo di trattarle è completamente diverso. Il francese si dedica infatti allo studio dei movimenti di singole figure, colte con tratto sempre più sintetico e con una visuale sempre più casuale, preferibilmente dall’alto come nel bellissimo Danzatrice che si sistema la scarpetta (1885) nel quale la tecnica a pastello consente la resa straordinaria, quasi carezzevole degli effetti di luce sul candido tulle mentre il tocco di colore azzurro pur riferendosi alla presenza concreta e consueta di un nastro ornamentale, è, in realtà il tracciato, la scia di un movimento in essere catturato dall’artista.
Del resto Degas è interessato soprattutto al movimento delle ballerine, alla loro tensione muscolare, all’affaticamento che rende quei corpi spesso tanto sgraziati quanto reali. Zandomeneghi pur nella similitudine del tema non si distacca mai da una compostezza formale e in Visita in camerino, con una pittura a piccoli tocchi che risolve l’impasto cromatico in minuti frammenti brillanti e lucenti ci mostra in primo piano la danzatrice seduta al tavolo da toilette mentre conversa sorridendo con un ammiratore la cui sagoma è impietosamente rifilata per lasciar spazio alla fanciulla che nel suo abito di tulle appare come un grande fiore bianco screziato di toni rosacei, in ragione dei riflessi freddi procurati dalla luce artificiale.
Federico Zandomeneghi, Bambina dai capelli rossi, 1895 circa, collezione privata, Milano
Zandomeneghi è sempre vicino a Degas, vuoi per l’innegabile affinità delle scelte culturali, vuoi per l’autentica amicizia, vuoi per l’indubbia attrattiva che il grande maestro francese esercita sul veneziano come del resto su tutti gli artisti suoi contemporanei; Degas che pure lo tiene tra i suoi abituali con lo scultore Paul-Albert Bartholomé, non gli risparmia il suo sarcasmo, e invitandolo a posare per un ritratto scultoreo lo apostrofa “Zandomeneghi, vous qui n’avez rien à faire…”, ferendolo nell’amor proprio. Alla base c’è la maliziosa ritorsione nei confronti dell’italiano che è arrivato a contendere a Degas, come a Renoir, le grazie del grande mercante Paul Durand-Ruel. A partire dal 1894, infatti, Zandomeneghi è legato alla celebre casa di vendite da un contratto di esclusiva. Egli viene dunque maturando una visione pacificata dei temi e dei soggetti cari all’impressionismo dedicandosi soprattutto a ricerche di colore che lo portano a valorizzare ulteriormente la tavolozza veneziana delle proprie origini.
Zandò non dipinge divine o dee; bensì signorine della media borghesia parigina, che si aggiornano sulla moda, sfogliano riviste, indossano indumenti alla moda, molto spesso s’incontrano e prendono il the nei confortevoli interni dei loro appartamenti. Il pittore si misura con il cinismo di Degas e con la dolcezza di Renoir per trovare una sua cifra stilistica, ossia forme salde, infuse di colore, contorni morbidi colmi di superfici vellutate e colori forti, soprattutto resi con il pastello. Egli dà vita così ad un repertorio di grande raffinatezza ed eleganza, la “cifra” notissima e amata della sua attività matura.