Giapponismo

Venti d'Oriente nell'arte europea



Vincent Van Gogh, gli ulivi Montmajour, 1888, Tournai, Museum of Fine Arts

Amore a prima vista


Nel 1853, il Giappone riapre le sue porte al resto del mondo. Misterioso e diverso, è stato subito amore e ha contagiato l'arte in tutta Europa.

A Palazzo Roverella, un percorso di grande fascino ed eleganza, che attraverso le opere di grandi artisti europei come Van Gogh, Gauguin, De Nittis, Degas e Bonnard, ti porterà alla scoperta di un'arte nuova nata dai capolavori, dalle suggestioni e dalle innovazioni che il Sol Levante ha saputo regalare alla cultura occidentale.

Ti innamorerai anche tu del Giappone?


Forma, sintesi e raffinatezza

Utagawa Hiroshige, trentasei celebri vedute del Fuji, Cinquantatrè stazioni del Tokaido, Polo Museale del Veneto, Museo d’Arte Orientale Venezia
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Ultime notizie

I quadri viventi: l’arte si anima
A Palazzo Roverella la realtà supera la fantasia! Le protagoniste di due opere in mostra si sono svegliate e sono sbucate dalle cornici dorate come se una scintilla avesse donato loro improvvisamente la vita.

Eventi di mostra

Sabato 18 gennaio 2020
Ore: 17:30


I quadri viventi: l'arte si anima

Affascinanti personaggi vestiti di pennellate guizzanti sbucano dalle cornici raccontandoci il passato, in un'atmosfera magica e coinvolgente dal sapore orientale.

Domenica 8 dicembre 2019
Ore: 15:30


Mi disegno... Manga

Domenica 8 dicembre, entra nel fantastico mondo dei Manga, e preparati a diventare un personaggio dei fumetti.

Domenica 12 gennaio 2020
Ore: 10:00


Ikebana momijigari: ammirare i colori dell'autunno. Viaggio tra fiori ed emozioni

Visita la mostra e poi scopri l'arte ikebana, che insegna la disposizione dei fiori recisi, insieme a Margherita Ferrari, unica maestra ikebana del Polesine.

L'apertura di uno scrigno

Siamo nel 1853 e dopo due secoli di isolamento, il Giappone riapre le sue porte e torna ad avere rapporti diplomatici e commerciali con il resto del mondo. Per gli artisti europei, è come aprire un vaso di Pandora fino a quel momento sigillato e inaccessibile che, invece di portare sciagure, rivela ai loro occhi un inestimabile patrimonio artistico e culturale da ammirare, studiare, imitare e dal quale soprattutto, trarre ispirazione.

Katsushita Hokusai - La (grande) onda presso la costa di Kanagawa, 1831, Genova, Museo d'Arte Orientale E. Chiossone

Le japonisme

Percepito come misterioso e diverso, l'innamoramento per il Giappone è stato immediato e ha dato vita a una vera e propria moda capace di influenzare i più svariati settori dell'arte e della cultura occidentali prendendo il nome di "Japonisme".
Paul Gauguin, Fête Gloanec, 1888, Orléans, Musée des Beaux-arts © François Lauginie

Genesi ed evoluzione

Quattro tappe come quattro sono state le grandi Esposizioni Universali che hanno messo in comunicazione il mondo occidentale con quello giapponese, cominciando dalla London World's Fair del 1862, dove tutto ha avuto inizio e dove è stato possibile ammirare per la prima volta una grande quantità di prodotti del Paese del Sol Levante.
Un trionfo di porcellane, abbigliamento, lacche, stampe ukiyo-e e ventagli che, pochi anni dopo, conquistano anche Parigi (all'epoca la capitale mondiale dell'arte) prima di diffondersi in tutta Europa.
Henri de Toulose-Lautrec, Regina di gioia, 1892, Parigi, collezione privata, courtesy Galerie Documents, Parigi

Un'influenza mai sopita

Un trionfo che ha contaminato ogni ambito dell'espressione artistica in tutta l'Europa e non si è più sopita: ancora oggi, quasi due secoli dopo l'apertura di quello scrigno, il Sol Levante continua a regalare alla cultura occidentale gemme preziose a cui ispirarsi.
Alois Delug, Jum Jum, 1893, collezione privata

Echi giapponisti. E la cartellonistica diventa arte

1860-1915. Anni fermento culturale, di teatri, di mode e intrattenimenti che ridefiniscono il modo di vivere il proprio tempo libero e trasformano il volto delle città. Le città si rinnovano e sui loro ampi muri cominciano a comparire dei cartelloni pubblicitari, formati di testo e immagine. Nasce il manifesto.

Sull’onda di un’industria in espansione, i manifesti iniziano a riguardare qualsiasi cosa: cosmetici, spettacoli teatrali, liquori, corse dei cavalli e molto altro. Sono pervasivi e possono trattare qualsiasi contenuto. In poco tempo il manifesto diventa un catalizzatore di influenze che dai muri si ingegna a catturare l’attenzione degli indaffarati passanti della città. L’ambiente urbano è frettoloso e non può annoiarsi e per conquistare la sua considerazione serve uno stile nuovo, che non si dimentichi, fatto di linee nuove e accattivanti.

Come non attingere quindi dalla più potente moda culturale del momento? Le strade, le esposizioni universali, le gallerie sono popolate da stilemi provenienti dal Sol Levante. Ventagli, maschere, bambole e ombrellini si impossessano della cultura visiva dell’Occidente, popolandola e rinvigorendola
Su questa scia anche il manifesto incappa nelle precise caratteristiche morfologiche ed estetiche orientali e le fa proprie adattando e definendo profondamente lo stile di queste embrionali forme di pubblicità. I prestiti dall’arte Giapponese sono tantissimi. Dagli spessi bordi neri alle vaste strisce di colore, dalle rapide sovrapposizioni di piani all’assenza di verosimiglianza prospettica. Un’idea di una bellezza nuova, stupefacente, effimera e mai superficiale che può essere interpretata alla perfezione da una forma artistica come quella del manifesto. Consumabile, riproducibile, estranea alla cultura alta.

Nei manifesti fiorisce una raffinatezza alla portata di tutti, un universo alieno invade le strade. Il Giappone diventa lo specchio di una realtà così lontana da diventare modello e guida. Le preziose stampe e le ceramiche giapponesi circolano infatti anche tra i primi cartellonisti che assimilano i taciti insegnamenti dando vita ad un linguaggio ibrido e a nuove formule dirompenti. La grafica giapponista cattura l’attenzione dei cartellonisti che si destreggiano tra citazioni dirette, montagne innevate, giochi di onde e corsi d’acqua fluviale, e un nuovo e inusuale esotismo permeato di una raffinata essenzialità spaziale e di spericolati tagli compositivi.

La stampa giapponese possiede già tutto ciò che dovrebbe possedere un buon manifesto in cui i dettagli rafforzano l’idea centrale, i colori freschi e suggestivi danno vita a composizioni equilibrate ed efficaci. Un’armonia ironica e delicata al tempo stesso si integra con un lettering scivoloso che si trasforma in elemento decorativo. Non è sbagliato affermare che il giapponismo ha avuto un ruolo centrale nel dare dignità artistica al manifesto non più inteso come uno strumento di vendita, ma come portatore di una missione estetica: educare il gusto artistico della folla. Il cartellonista diventa guardiano rigoroso della bellezza della strada: non è più un semplice produttore di annunci commerciali ma portatore di una nuova forma artistica, e il manifesto oggetto d’arte a tutti gli effetti.

È anche grazie all’influenza della cultura giapponese se oggi possiamo ammirare questi preziosi pezzi d’arte perché è anche grazie alla cultura giapponese che l’Europa si è resa conto che la bellezza è una cosa troppo grande per essere confinata ai musei e all’arte intesa in senso classico.

I due volti del Giappone in epoca Edo e Meiji

L’isolamento volontario del Giappone, durato 250 anni, verrà interrotto solo nel 1853 con la decisione del commodoro americano Perry di forzare l’apertura dei porti. Questo evento rappresenta un punto fermo nella storia di questo paese perché interseca un processo già in atto: la modernizzazione del Giappone.

L’Europa arriva a conoscere questo affascinante paese quando il suo passato era ormai alle spalle: la cultura feudale dei samurai, infatti, aveva già iniziato a essere soppiantata da un nuovo mondo fatto di tendaggi, drappi, geishe, attori. Soggetti nuovi che mostrano una cultura nuova, contagiata a sua volta dalla cultura occidentale e dall’arrivo delle invenzioni scientifiche europee, dai microscopi, dalle lenti, dalle scoperte ottiche che cambiano lo sguardo dei fruitori e la mano degli artisti in modo inatteso.

Le vedute di cascate, fiumi, giardini, isolette, templi e santuari, ristoranti e locande, di cui le Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai e le Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō di Hiroshige sono un esempio, sono i soggetti che maggiormente hanno stupito il mondo europeo incarnando al contempo gli stessi sogni del popolo giapponese. I rigidi canoni legislativi samurai limitavano il numero di colori utilizzabili nelle xilografie policrome e hanno tentato di arginare la diffusione di soggetti come le geishe, velate da zanzariere, i mobiletti laccati, la sensualità e l’abbandono di volti di donne, i trucchi, i pettinini e gli spilloni, i kimono broccati.

Gli stilemi formali come l’uso spregiudicato di costruzioni asimmetriche, l’utilizzo delle diagonali, il bilanciamento di pieni e vuoti, il decentramento del soggetto con l’intento di aumentare la profondità, la stratificazione in cumuli delle nuvole, l’assenza della prospettiva lineare, rendevano quest’arte difficile da recepire. Per molto tempo gli europei non sono stati in grado di coglierne il mistero, tacciandola di superficialità e infantilismo.

Ma lo scambio con l’Europa, inizialmente animata da pregiudizi, si va via via più totalizzante: il nuovo Giappone, plasmato dalla restaurazione Meiji, aveva destituito la classe samuraica, rinnegando usi e costumi autoctoni a aderendo ad un’occidentalizzazione repentina sinonimo di modernizzazione.
La cultura nipponica viene attraversata da una tensione insostenibile ma creativa tra la volontà di rafforzare il legame con il passato samuraico feudale e il desiderio di aderire al nuovo cercando di mantenere la propria originalità.

Il Giappone si mostra così all'Europa delle prime Esposizioni Universali come un paese dal doppio volto, teso tra i fili della tradizione e l’ansia di futuro. Il Giappone moderno e l'ombra del suo affascinante passato.