Robert Doisneau



Robert Doisneau, Mademoiselle Anita, 1951
Robert Doisneau, Mademoiselle Anita, 1951

Il pescatore di momenti


Una mostra dedicata a un pescatore. È così che amava definirsi Robert Doisneau (1912-1994), maestro della fotografia che ha saputo raccontare con empatia la società parigina del Novecento, captando momenti di grazia ed espressioni di felicità.

Artista o fotoreporter, ci ha lasciato immagini che riescono a strapparci un sorriso e, allo stesso tempo, a stringerci il cuore. Perché il suo approccio all’umanità era ben più complesso della semplice leggerezza che si tende ad associare alle sue immagini.

«In realtà», diceva, «la mia vera passione è la pesca; la fotografia è solo un hobby».
Il passatempo di uno dei più grandi fotografi del XX secolo.


La poesia dell'istante quotidiano

Robert Doisneau, Les frères, rue du Docteur Lecène, Paris 1934
Orari

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Eventi di mostra

Giovedì 30 dicembre 2021
Ore: 09:00


Natale chez Doisneau: un atelier di sorprese!

L'obbiettivo del maestro Doisneau cattura gesti teneri o malinconici, provocatori ed irriverenti descrivendo la leggerezza della società della Ville Lumière. Verità e finzione si intrecciano nello sguardo privilegiato del più affascinante fotografo del suo tempo.

Mercoledì 29 dicembre 2021
Ore: 09:00


Natale chez Doisneau: un atelier di sorprese!

L'obbiettivo del maestro Doisneau cattura gesti teneri o malinconici, provocatori ed irriverenti descrivendo la leggerezza della società della Ville Lumière. Verità e finzione si intrecciano nello sguardo privilegiato del più affascinante fotografo del suo tempo.

Martedì 28 dicembre 2021
Ore: 09:00


Natale chez Doisneau: un atelier di sorprese!

L'obbiettivo del maestro Doisneau cattura gesti teneri o malinconici, provocatori ed irriverenti descrivendo la leggerezza della società della Ville Lumière. Verità e finzione si intrecciano nello sguardo privilegiato del più affascinante fotografo del suo tempo.

Caffè in bianco e nero

Eccolo, il Doisneau che tutto il mondo ha amato. L’ironico, toccante, sedentario Doisneau a suo agio solo nelle periferie di Parigi (e nemmeno in tutte: solo in quelle a sud). I cui luoghi del cuore erano strade, fabbriche, portinerie e, come in questo caso, bistrot. Periferie in cui muove un’umanità periferica di cui Doisneau, con empatia, ha mostrato la miseria, l’inquietudine, la malinconia riuscendo, però, a captarne i momenti di grazia, di felicità, i sorrisi di un istante. A carpire, insomma, l’essenza ambigua della vita stessa, il suo essere insieme ombra e luce. O bianco e nero, come da titolo, ironico, di questa foto, scattata nel 1948, Caffè in bianco e nero: eccola, la sua famosa leggerezza, risultato di lunghe attese dell’attimo giusto. A volte inutili, come amava ricordare, perché costretto a rinunciare allo scatto a causa di un’intrusione imprevista nel campo visivo. L’opposto di ciò che accadde con questa foto: «L’immagine ritrae due sposi in un bistrot con un bougnat», ha raccontato, «non sono davvero marito e moglie, ma figuranti degli studi di Joinville. Chiedo se posso fotografarli, loro acconsentono, ed ecco che si inserisce il bougnat, creando un contrasto perfetto per la fotografia in bianco e nero. Nota culturale: la parola “bougnat” è l’abbreviazione di “charbougnat”, che in dialetto alverniate significa “carbonaio”. Per molto tempo gli alverniati hanno gestito numerosi caffè a Parigi. Erano anche quelli che portavano il carbone negli edifici».

La contessa Gaëlle e Monsieur Pedro

A Doisneau hanno dedicato tante mostre ma questa è diversa, perché il curatore, Gabriel Bauret, ha scandagliato i 450.000 negativi dell’archivio per distillarne una selezione capace di tratteggiare un ritratto dell’artista “a figura intera”: quindi sì, ci sono gli scatti imprescindibili ma ci sono anche foto poco conosciute, che ci permettono di scoprire il Doisneau meno noto. Come quello dei lavori su commissione. Non solo pubblicità ma anche editoria: «Abbiamo fatto qualche reportage insieme, in particolare per Vogue», ha raccontato la grande fotografa Sabine Weiss, ma «quando si pensa a lui, raramente vengono in mente gli scatti per le riviste di moda, benché ce ne siano di molto belli. Si pensa soprattutto alla sua attività documentaristica su Parigi e la sua periferia». Le commissioni lo mettevano a disagio, lo obbligavano a uscire dal guscio: era un sedentario che detestava allontanarsi dalla “sua periferia”. «Ho sprecato molte energie» confesserà parlando di quei lavori. Si può quindi immaginare con che spirito, su richiesta di Vogue, nel 1951 lasciò Parigi per andare fino all’Hôtel de Paris di Biarritz, a una cena di gala a cui partecipavano anche i due protagonisti che danno il titolo a questa foto, La contessa Gaëlle e Monsieur Pedro, la contessa d’Oncieu, in abito Lanvin, e il signor Pedro Corcuera, «di cui tutta Biarritz ammira l’eleganza da mezzo secolo» e che lui, il Doisneau delle periferie, per dispetto immortala nell’attimo esatto in cui ha gli occhi chiusi. E noi sorridiamo.

Scatto pubblicitario, Renault

Osservando questa foto si possono scoprire un paio di cose che forse non tutti sanno. La prima, come si deduce pure dal titolo (Scatto pubblicitario, Renault, 1935) è che Doisneau ha lavorato anche su commissione. Lo ha fatto a inizio carriera e non ha mai smesso. Uno dei primi committenti fu l’industria automobilistica. Tra il 1934 e il 1939 lavorò alla Renault: cinque anni molto formativi, durante i quali realizzò vari scatti pubblicitari che gli insegnarono a padroneggiare la tecnica e a curare ogni dettaglio, perché nulla, in quelle foto, era lasciato al caso. Fu però un altro il motivo per cui Doisneau ritenne importante quell’esperienza: oltre alle pubblicità, infatti, la Renault gli chiese anche di documentare l’attività delle officine di Boulogne-Billancourt. Fu allora che scoprì la realtà della condizione operaia, alla quale si sarebbe sempre sentito vicino e che, da quel momento, avrebbe sempre goduto della sua attenzione. Fu lui stesso a raccontare che, quando la fabbrica fu occupata durante gli scioperi del 1936, gli sarebbe piaciuto fare un reportage sui manifestanti. Rinunciò perché, in quanto fotografo assunto dalla Renault, aveva paura di essere preso per una spia. La seconda cosa che si nota osservando questa foto è che, se è vero che nulla era lasciato al caso, allora nelle pubblicità automobilistiche del 1935, doveva essere importante che al volante ci fosse un fumatore.

Mademoiselle Anita

A incuriosire, in questa foto, non è ciò che si vede ma ciò che si intravede. Col tempo Robert Doisneau riuscì a superare l’innata timidezza, che lo aveva portato a fotografare le persone da lontano, e a trovare la famosa “giusta distanza” che, per lui, voleva dire avvicinarsi ma senza mai arrivare al primo piano. Come in questo ritratto di Mademoiselle Anita, scattato a Parigi nel 1951. La scelta della distanza è determinante nella composizione di una foto: per lui l’immagine doveva essere facile da leggere, con un soggetto centrale e poche informazioni attorno. Lasciare un vuoto ai bordi dell’inquadratura era, infatti, una consuetudine per i fotografi della sua generazione che, a differenza di quelli della Magnum, intransigenti nell’imporre all’editore il rispetto dei contorni del negativo, tolleravano i tagli voluti dagli impaginatori delle riviste. Lo stesso Doisneau ha fatto ricorso al ritaglio per eliminare dettagli periferici che gli sembravano superflui. In questa foto, ad esempio, il dettaglio ritenuto superfluo era se stesso: grazie a un gioco di specchi, infatti, il fotografo si vede non una ma due volte. «Quando sviluppava il negativo», ha raccontato Francine Deroudille, «mio padre si preoccupava sempre di annerire il più possibile il suo riflesso, aumentando il contrasto. In alcune versioni ha ritagliato l’immagine al punto che non lo si vede più». Scomparso, come in quella scelta per la prima pagina di Libération che ne annunciava, appunto, la morte.

Liberazione di Parigi, le FFI di Ménilmontant

Riuscite a vederla l’ironia in questa foto? Eppure c’è. Non si vede perché non è quella voluta dall’autore ma è l’ironia, così detta, “della sorte”. Il giorno in cui fu scattata Doisneau stava passeggiando per le amate periferie parigine, dalle parti di Ménilmontant. Non erano giorni qualunque, era l’estate del ‘44 e Parigi era appena stata liberata dai nazisti: anche una banale passeggiata poteva rivelarsi tutt’altro che banale. Il passeggiatore, infatti, ma soprattutto la sua macchina fotografica, furono notati da un gruppo di partigiani freschi di vittoria: «Ce la fai una foto?». Doisneau aveva con sé solo due rullini: un ritratto di gruppo era l’ultima cosa che aveva voglia di fare. Ma come poteva rifiutarsi? Anche lui, a suo modo, aveva partecipato alla Resistenza, falsificando documenti grazie alle tecniche imparate alla scuola di litografia di Estienne. Di malavoglia ma accettò, e dispose gli uomini delle Forces françaises de l'intérieur davanti all’obiettivo: «la posa è frontale», ha notato sua figlia, Francine Deroudille, «traspare la volontà dei soggetti di immortalare il momento. Si vede chiaramente chi sono gli artefici della Liberazione di Parigi». E l’ironia? L’ironia della sorte, come ha rivelato Francine, è che, molti anni dopo, suo padre ha confessato che proprio questa foto, che non aveva nessuna intenzione di fare, in realtà era la migliore che avesse mai scattato. La intitolò Liberazione di Parigi, le FFI di Ménilmontant.

Passeggiata domenicale

A osservarla con l’occhio di un detective come Auguste Dupin, questa foto nasconde l’indizio rivelatore di un tratto caratteriale insospettabile in un “fotografo di strada” come Doisneau: la timidezza. L’indizio è la distanza, sono tutti quei metri che separano l’occhio osservante dall’oggetto osservato: tre donne e due uomini, al parco, nei loro vestiti del giorno di festa (la foto si chiama Passeggiata domenicale). Doisneau, infatti, era sì empatico, una dote per un fotografo, ma anche timido, un ostacolo. Risolse il conflitto cercando, e infine trovando, la giusta distanza, coerente con il suo temperamento, tra sé e i soggetti che fotografava, senza mai avvicinarsi troppo ai volti. Ricordando i suoi primi passi (questa foto è del 1934) parlava sia della scuola della strada («È lì che bisogna andare») sia della timidezza che lo inibiva: «Azzardarsi a uscire con una macchina fotografica, in un posto ruvido come la strada, a contatto con le persone. Non osavo fotografare la gente». Inizialmente sviluppò «una visuale rasoterra, fotografando dettagli del manto stradale». In questo la Rolleiflex lo aiutava, permettendogli di fotografare senza tenere l’apparecchio all’altezza degli occhi, così il soggetto non si rendeva conto di essere fotografato. «E tuttavia avevo la sensazione di vedere molto bene le persone. Allora mi sono lanciato, all’epoca il pubblico non si rifiutava». Oggi il pubblico che ama la fotografia ringrazia.

Fox-terrier sul Pont des Arts

Si chiama 'Fox-terrier sul Pont des Arts', fu scattata a Parigi nel 1953 ed è un gioco di prestigio del mago Robert Doisneau. Come tutte le magie ci racconta due storie: una si vede, l’altra no.

Quella che si vede è una storia di sguardi: inizia con un cane che guarda un fotografo mentre il suo padrone guarda un pittore, che a sua volta guarda una donna, vestita, ma la ritrae nuda. Finisce con un dubbio, irrisolto, su cosa stia realmente guardando il padrone del cane.

Nella storia che non si vede, invece, c’è un grande fotografo, bravissimo non solo a cogliere l’attimo, come fanno i grandi fotografi, ma anche a inventarselo, come fanno i grandi artisti, pur dandoci l’illusione, come fanno i grandi prestigiatori, che puf! quella foto sia frutto del caso.

A differenza dei prestigiatori, però, a Doisneau piaceva svelare i suoi trucchi: «Questa è una foto completamente costruita», ha raccontato. «Eravamo un bel gruppetto in un caffè di rue de Seine, tutti un po’ brilli; con noi c’era una ragazza che il compagno pittore voleva ritrarre sul Pont des Arts. Io gli ho suggerito di dipingerla nuda, per vedere come avrebbe reagito la gente».

Era il suo modo di opporsi al principio di autenticità che, a suo dire, aveva bloccato l’evoluzione della fotografia. Per come la vedeva lui, infatti, «la disobbedienza e la curiosità sono i due requisiti principali di questo mestiere».

L'Enfer

Per la prima volta un museo dedica una mostra a un pescatore. È così che amava definirsi Robert Doisneau: «In realtà», chiosava, «la mia vera passione è la pesca: la fotografia è solo un hobby». Ma poi concludeva: «A dirla tutta, la pesca non è poi così diversa dalla fotografia».
Ed ecco che una battuta sul pescare si rivelava una verità sul fotografare, che lui definiva «disciplina dell’attesa». Attendere, anche a lungo, in modo da trovarsi nel posto giusto al momento giusto per cogliere l’attimo-pesce con l’amo dell’obiettivo.

Esattamente quello che accadde con la foto che vedete qui: Doisneau la scattò a Parigi, in Boulevard de Clichy, nel 1952, usando come esca il grottesco ingresso de ‘L’Enfer’ (da cui prese il titolo), «un cabaret», raccontò, «dove i borghesi venivano a cercare il brivido del proibito». Lui, invece, ci andava per gettare l’amo.
La sua tecnica di pesca era apparentemente semplice: «Si arriva in un bel posto», spiegava, «dove le cose formano una composizione armoniosa nello spazio. Si stabilisce un’inquadratura. Eccolo, il mio piccolo teatro. E poi si aspetta, con una specie di speranza completamente folle, irrazionale. Allora le persone entrano nel riquadro e nascono le foto».

Dopodiché non resta che riavvolgere la lenza. Facile, no?