Oltre la Belle Époque

22 Maggio 2024

Oltre la Belle Époque

Montmartre fin de siècle

Montmartre all’epoca era una specie di villaggio bizzarro alle porte di Parigi, pieno di baracche, dove i borghesi non osavano mettere piede, perché se di giorno aveva un’innocente aria campagnola, di notte era uno dei luoghi preferiti da ladri e assassini per regolare i loro conti.

Solo la figura esiste” dice, “il paesaggio non è che un bruto”.

Bruto era di sicuro quello che vedeva fuori dalle finestre del suo studio. Ma la “gentrification” non è un certo fenomeno che abbiamo inventato oggi: la moda letteraria, l’interesse per la vita sociale dei bassifondi, spinsero altri artisti come Toulouse-Lautrec a cercare ispirazione tra quelle vite notturne e marginali. Agli artisti seguirono i locali amati dagli artisti, e così a Montmartre iniziarono a aprire cabaret, bar, teatri, case chiuse. A quel punto anche i borghesi presero a frequentare il nuovo quartiere, alla ricerca del brivido del proibito, di emozioni forti, sensazioni estreme.

 
CHARLES DUFRESNE, Au Moulin Rouge – Scène de cabaret, 1900 circa, pastello su carta, Gray, Musée Baron Martin

La nascita dei Cabaret e la fata verde

Nascono cabaret leggendari come lo Chat Noir e il Moulin Rouge, locali dove Toulouse-Lautrec scriverà la sua storia di uomo e di artista, dove gli veniva riservato sempre lo stesso tavolo, dove passa la nottata ad assorbire vita come una spugna e, come questa, a bere ciò che lo avrebbe consumato.

Sono gli anni d’oro di un liquore mitico: l’assenzio, la fata verde che fa perdere la testa a tutti, e che prima di essere dichiarata fuori legge nel 1914, avrebbe fatto in tempo a portarsi via un’intera generazione di artisti.

Lautrec partecipa con la sua arte al racconto di questo mondo, di questo sottomondo, ma non lo fa con l’intento del realismo, come per esempio lo scrittore Émile Zola, che fa letteratura sociale. Se Zola osserva quel mondo con interesse distaccato, Toulouse-Lautrec si sporca le mani, si compromette sentimentalmente, lo vive sulla pelle così da poterlo poi raccontare nel modo più vivido possibile nelle sue opere: le sue prostitute non sono graziose e civettuole come vuole lo stereotipo dell’epoca, sono donne tragicamente tristi.

E per vederne l’anima, Toulouse-Lautrec vive per brevi periodi nelle case chiuse: questo gli permette di instaurare con le sue modelle un rapporto di grande intimità, le ritrae in ogni momento e attività della giornata, mentre si sfilano le calze, riposano o aspettano un cliente, e lo fa senza nessuna sensualità, senza morbosità. Toulouse-Lautrec vive con loro come un amico, ne conosce il lato umano e questo poi passa nei suoi disegni, da cui scaturisce la stupefacente castità di un soggetto terribile. Insomma: nel suo sguardo c’è rispetto. C’è pietà.

THÉOPHILE-ALEXANDRE STEINLEN, Prospetto in russo per la riapertura del cabaret dello Chat Noir 1896, litografia e stampa tipografica, Imp. Charles Vernau, Parigi, collezione privata

Il ritratto della vita moderna

La vita di dolore a cui è costretto dalla malattia gli fa prendere coscienza precocemente di cosa voglia dire la parola vulnerabilità ma, invece di sprofondarlo nella tetraggine, questo alimenta la sua innata voglia di vivere che lo porterà a cedere a ogni tentazione e a indulgere a ogni eccesso.

Consapevole che niente è eterno, vive come crea: intensamente, con ingordigia, senza mai risparmiarsi. Il suo imperativo è non attardarsi mai su nulla. Perfino quando lavora a un ritratto, le sessioni di posa sono brevi, quasi furtive.

La vitalità che trasuda dalla sua opera fa eco alla crescente accelerazione della vita moderna. Toulouse-Lautrec cerca di catturare le vibrazioni del mondo contemporaneo tramite istantanee che immortalano gioie passeggere, incontri talvolta fugaci e la ricerca di piaceri sempre nuovi.

GUSTAVE BOURGAIN, Le Buveur d’absinthe, 1881, olio su tela, Fécamp, Les Pêcheries, Musée de Fécamp

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